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Strumentista di Sala Operatoria

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Psiche, psichica, psichiatrica

Non c'è nulla da fare, il lavoro di Sala Operatoria è un lavoro riconosciutamente difficile. Lo dimostra il sempre calante numero di infermieri che scelgono di intraprenderlo.
Le ragioni, sia delle difficoltà, sia delle scarse vocazioni, possono essere tante; di ordine remunerativo, di ordine personale, di ordine pratico, ma credo che le ragioni psicologiche siano quelle più opprimenti e vissute con particolare tedio.
Il solo mestiere di infermiere è testimonianza di qualche "rotella svitata" o di un insopportabile bisogno di un reddito. Se escludiamo questo secondo e pratico motivo, scegliere di fare l'infermiere potrebbe essere in verità un'opera di autosalvataggio dal baratro della propria autosvalutazione e perdita di autostima (vi risulta strano questo pensiero: «Aiuto gli altri, così almeno questi mi ringrazieranno e mi faranno sentire importante.»?). Comunque ho già scritto in proposito.
Tre anni di studio in ambito universitario, tra imbelli e incompetenti, con il tedio di avere un buon voto agli esami, con un tirocinio che in buona sostanza non abilita a una beata cippa, può destrutturare qualsiasi mente sana, almeno in partenza.
Ho l'impressione oggi, come l'avevo all'epoca del mio triennio di studi, che ci sia qualcosa che non vada nel tipo di insegnamento per gli infermieri. Questi infatti assistono a lezioni condotte da medici, passano esami condotti da medici e quando, alla fine, si troveranno a lavorare con dei medici, che tipo di atteggiamento psicologico potranno avere, se non quello dominato da una sottocutanea, bruciante sensazione di sudditanza?
Non so, spero di sbagliarmi e mi piacerebbe sapere come la pensate, ma tanto so che non lo farete.

Dunque, dicevo che già fare l'infermiere comporta una certa denaturazione psichica. Lavorare in Sala Operatoria può causare una ulteriore rovina psichica. C'è da fare una differenziazione però.
Scegliere di lavorare in SO è diverso rispetto al lavorare in SO perché si è stati costretti a farlo («o questo posto o rinunci al posto»). Nel primo caso credo che sia dimostrazione di una struttura psichica alterata ancor prima di iniziare gli studi di Infermieristica. Nel secondo caso, essere collocati a forza in Sala Operatoria, può creare la costruzione di una displasia psichica su una già posseduta psiche instabile, o portare persino alla distruzione affettiva e alla sindrome da stress post-traumatico, tipica dei militari americani reduci dal Vietnam.
Io ho scelto di lavorare in SO e, come potete constatare dai miei articoli scritti qui, non sono proprio una persona normale; dai ammettiamolo!

A parte le esagerazioni, che mi piacciono per scatenare un po' di ilarità, perché, secondo me, è importante valutare l'aspetto psichico del lavoro di Sala Operatoria?
Ve lo espongo con calma. Mi basteranno non più di 3000 pagine!

Identità perdute

Come ho avuto modo di esporre nell'introduzione del mio Libro "I Quaderni dello Strumentista - Principi Generali":
Collaborare con il chirurgo non è un compito semplice, ma ancor meno semplice è modificare radicalmente la missione infermieristica - tipicamente umana e applicata alla persona malata - per renderla di tipo tecnico e applicata ad una persona sana.
Mentre l'infermiere di reparto si pone in prima linea nel trattamento dei bisogni della persona malata, l'infermiere di Sala Operatoria adibito all'Assistenza Chirurgica ha innanzi a se un filtro, una barriera che modifica radicalmente la sua azione sul malato, il chirurgo.
Non solo, ma mentre l'infermiere di reparto agisce con elevato livello di autonomia, su una persona che accetta e/o subisce le azioni infermieristiche, l'infermiere di Assistenza Chirurgica ha a che fare con una persona che altera decisamente tali azioni e che, anzi, necessita che esse perdano la propria tipica autonomia, per adeguarsi alle sue indicazioni.
Questa radicale modifica delle funzioni/azioni infermieristiche può essere fonte di incertezza, disorientamento e, nel lungo periodo, insoddisfazione.
L'infermiere è spinto intimamente a prestare la sua opera per aiutare chi è in condizioni di bisogno e invalidità, chi è sofferente insomma. L'infermiere di Assistenza Chirurgica, deve prestare la sua opera per aiutare chi non è sofferente e se non è adeguatamente formato, può perdere l'intima spinta etico/morale di cui sopra e rischiare di non capire ciò che, in realtà, è chiamato a fare.

Non è una cosa di poco conto, a pensarci bene.
Per tre anni si viene bombardati di assistenzialismo al paziente, "il paziente è sopra ogni cosa", "il paziente è il nostro fine ultimo"....ma in Sala Operatoria lo Strumentista talvolta il paziente manco lo vede! Dopo qualche anno ci si fa il callo, ma all'inizio è un po' destabilizzante.
Se chi ha fatto l'infermiere ha bisogno di rapporto umano con il paziente e innalzare, con esso, la propria autostima, può trovare nella costante insoddisfazione dei chirurghi, un peggioramento della già seria autosvalutazione che lo contraddistingue. E si, perché nei primi tempi del proprio lavoro in SO, l'infermiere non pensa che spesso il chirurgo è stronzo (non lo pensa "perché il medico mi ha insegnato, quindi ha ragione!"), ma si convince di essere inadeguato, inadatto, incapace, di non valere niente!
Correggetemi se sbaglio, ma così facendo il percorso assume questo andamento: Depressione → Ansia da prestazione → Esplosione → "Devo andarmene!"
Solo con una forte identificazione ed una accurata preparazione, si affrontano meglio queste crisi mistiche, ma siamo lontani mille anni luce da tutto ciò.

Panic Room!

La Sala Operatoria per definizione è un ambiente chiuso. Lo è per ragioni inesorabilmente valide, logiche e pratiche, ma non meno pesanti, innaturali, alienanti!
Lungi da me il voler creare Sale Operatorie all'aperto, quello che mi preme sottolineare è il fatto che l'uomo - l'essere umano - ha bisogno di sole, di luce del giorno, di aria libera, dei rumori normali del mondo, di passare inosservato, di libero movimento. La costrizione è un martirio. Volevo sottolineare il fatto che uno dei metodi più usati attualmente per torturare una persona, è quello di sottoporla alla deprivazione sensoriale, ovvero rimuovere gli stimoli esterni per causarne la destabilizzazione psichica. Certo la SO non è la camera della tortura, ci mancherebbe altro, ma certamente è un luogo dove le naturali tendenze della persona, vengono più o meno limitate.
Ciò che importa alla singola persona non è quello che può fare/vedere/ascoltare/baciare/lettera o testamento, ma quello che NON può fare/ecc. ecc. Fateci caso, nelle persone è più stimolante aprire una porta chiusa, che varcarne la soglia se la porta è aperta. Se non lo può fare, si ansia, crea in se stesso l'obiettivo spasmodico di violare la coercizione.
L'ambiente di SO è un festival di porte chiuse, di percorsi obbligati, di silenzi forzati, di emozioni calibrate, di parole bisbigliate, di rumori e suoni ripetitivi, di guinzagli invisibili, ma non meno tesi e limitanti. La mascherina chirurgica, con il trascorrere delle ore, diviene davvero una museruola per cani da combattimento. Chi, a fine intervento, non vede l'ora di strapparsi letteralmente la mascherina dalla faccia?
La SO può divenire, per qualcuno, una vera e propria stanza da panico!

Il gioco delle parti

La Sala Operatoria è, o dovrebbe essere, l'esemplificazione terrena del lavoro in equipe. Non è un caso che sia così. Sono tante le cose da fare, da controllare, da segnalare e da preparare e non è possibile fare tutto da soli. Ci si deve affidare alla competenza, efficienza ed efficacia altrui. Non solo, ma questo avviene tra professionisti con gradi diversi di responsabilizzazione, peso decisionale, importanza gerarchica, ecc. Insomma c'è chi sta 'ncoppa e chi sta sott'.
Già è difficile affidarsi ad altri parigrado, figuriamoci affidarsi a persone di grado inferiore o superiore.
Per una ragione non ben precisata, qualsiasi individuo che riconosca nei propri collaboratori un grado inferiore, può tendere a comportarsi in modo da ricalcare il fatto di essere superiore rispetto ad essi. Al contempo chi è inferiore, può essere incline a considerare il superiore come un individuo sempre proteso a schiacciare chi è normativamente inferiore.
Lo Strumentista sa bene di essere gerarchicamente una nullità ai confronti dell'equipe medica e se non può elevarsi ad essa, tende spesso ad affondare chi, durante l'intervento, non fa parte del circolo degli Dei intorno al campo chirurgico: l'Assistente di sala o responsabile, o circolante o fuori sala. Lo fa spesso mettendosi al riparo dell'ombrello protettivo del chirurgo operatore che parla solo con la ferrista e non si rende conto nemmeno chi è che gli da la roba da fuori. Paradossalmente lo Strumentista, che dipende anima e corpo dal suo Assistente, si comporta come se quest'ultimo gli debba maggior rispetto e condiscendenza. Lo Strumentista, sentendosi parte dell'élite di scienziati, si atteggia spesso a primadonna e rompe le palle quasi più dei chirurghi stessi.
Tra l'altro l'élite dei chirurghi, nei momenti di maggior stress (ma anche deliberatamente), tende a schiacciare la Strumentista perché .... "inferiore", come se l'intervento che sta andando male, migliori aggredendo chi normativamente deve stare sotto o non appartiene al circolo dei belli e famosi. Talvolta, nel gioco delle parti avariate, la cazziata parte dal chirurgo per arrivare alla Strumentista e da questa rimbalza al suo Assistente che, inopinatamente, raccoglie i cocci di tanta stronzaggine.
Odioso è il comportamento che vi illustro di seguito:

  1. L'intervento è partito bene, ma a un certo punto qualcosa va male
  2. La Strumentista se ne accorge e sente a pelle, che fra qualche minuto il chirurgo sbotterà. Cosa pensa la Strumentista imbecille? Pensa "Se sposto il suo ruggito su qualcun altro, non me lo beccherò io!"
  3. La Strumentista, vede il suo Assistente di Sala che, in quel momento, non segue l'intervento e a tradimento dice: "La luce, per favore!"
  4. Il chirurgo, che aspettava il fatidico "La" per sfogarsi, si gira, vede l'Assistente distratto e pensa: "Ecco che non fa un cazzo e non mi segue!" e se ne esce aggraziatamente con: "LA LUCE, PORCA TROIA, NON VEDETE CHE NON VEDO UN CAZZO???"
  5. L'Assistente di sala, ripresosi dal coma temporaneo, si agita, si scusa e mette a posto la luce che abbaglia il campo operatorio.
  6. Poi si ricorda di aver sentito la Strumentista chiedere la luce e con uno sguardo, tra lo schifato e il serial killer, pensa: "Brutta stronza maledetta, fatti i cazzi tuoi!"
Una volta scesa dall'Olimpo, torna a non contare nulla, ma per la durata dell'intervento si è sentita molto vicina agli Dei ed ha evitato una bruciatura morale.
Non è un bel modo di rivestire il proprio ruolo.

Stress and The City

La Sala Operatoria, come tutte le unità operative del comprensorio dell'Area Critica, è un ambiente particolarmente stressante. Lo è per le ragioni esposte dianzi e per il lavoro stesso che in essa si svolge. Tutto quello che si fa ha delle conseguenze che possono divenire fatali per il paziente, ma anche per gli operatori stessi. Non solo tutto quello che si fa ha delle conseguenze potenzialmente pericolose, ma anche e soprattutto quello che non si fa e non si vede; tutto quello che non si controlla, che non si valuta attentamente, che non si interpreta. Non è pericoloso quello che si vede, che si tocca o che è scritto e pianificato, è estremamente più pericoloso quello che non si vede, che non si tocca, che non è codificato e organizzato. E' difficile, per chi non fa questo lavoro, capire quanto cruciale sia questo stress. Si è schiacciati dal peso del lavoro che si controlla e ancor più da quello di cui non si è padroni.
Dopo qualche tempo gli infermieri di SO temono assai più quello che non è palese e tendono a divenire prudenti fino a cercare l'immobilità. Non è importante fare, è assai più importante non fare.
Se fai devi prevedere tutto, anche l'imprevisto (che essendo imprevisto non è prevedibile e più è imprevedibile e più è ferocemente mortale), se non fai non devi prevedere nulla.
Tuttavia, dato che non è possibile cristallizzarsi e non fare nulla, si può essere spinti a cercare di fare solo alcune cose, a delegare, a nascondersi e ad agire con estrema prudenza o peggio, rinunciando alla propria umanità per assumere un comportamento distaccato, scaramantico. Si attuano dei riti confortanti, giustificati dalla frase poco intelligente : "Non si sa mai!".

Il peso delle responsabilità, come ho avuto modo di esprimere in un articolo precedente, è vieppiù reso insopportabile dalla burocratizzazione, dai tanti fogli da firmare, dalle tante check-list che, piacere o non piacere, fanno sentire gli operatori sempre più schiacciati e soli; tremendamente soli, con quel dubbio per il quale non si riesce mai a capire se il datore di lavoro - il Ministero della Salute - stia lavorando anche per i propri operai, o contro di essi. La Check-List è uno strumento assai importante e condivisibile, che richiede tempo per la sua utilizzazione. Paradossalmente le aziende, protese alla numerificazione delle prestazioni, vogliono stringere i tempi. Capite?
Da un lato si deve aumentare la sicurezza, compilando la Check-List e, dall'altro, non si deve perdere tempo per poter fare più interventi e aumentare le prestazioni. Un paradosso paranoide che si riflette sulla psiche di chi lavora in un ambiente già psichicamente ostile come la SO.

Tratto da Wikipedia
Psiche è un personaggio della mitologia greca.
Fanciulla di straordinaria bellezza, Psiche scatena la terribile gelosia di Venere, la quale ordina al figlio Eros di suscitare in lei la passione per un uomo della più vile condizione. Il dio stesso però si innamora della fanciulla e la fa condurre in un favoloso palazzo dove ogni notte si reca a farle visita nell'oscurità più totale per non rivelare la sua identità. Eros chiede alla giovane di non tentare di conoscere la sua identità pena l'abbandono.
Una notte, tuttavia, Psiche, pensando al mostro a cui era stata destinata ed istigata dalle sorelle maligne ed invidiose, armata di un coltello si avvicina al dio che dorme facendosi luce con una lampada ad olio. Nel vedere la sua bellezza, rimane estasiata ed inavvertitamente fa cadere una goccia d'olio bollente dalla lucerna sulla spalla di Eros, che, ustionato e svegliatosi di soprassalto, abbandona subito la fanciulla. Nella disperata ricerca del perduto amore Psiche giunge al palazzo di Venere. La dea, mossa dall'ira, sottopone la fanciulla a una serie di prove, che Psiche riesce a superare grazie all'aiuto di esseri divini. Eros intanto, in preda alla nostalgia, si pone alla ricerca dell'amata e, trovatala, chiede a Giove il permesso di sposarla.
Il re degli dei ordina quindi a Mercurio di andare a prendere Psiche e di condurla sull'Olimpo tra gli immortali. Dal loro matrimonio nasce una figlia, Volupta, il piacere in senso stretto.

Questo per dirvi che nel postribolo rappresentato dalla Sala Operatoria, tutto parte dall'amore per il proprio lavoro, che però incontra mille mila avversari ed ostacoli, causando talora collera, odio, rancore, vendetta (si anche quella, pensate a quante volte avete digrignato : "la prossima volta ripago con la stessa moneta!"). Ma è anche vero che tanti ostacoli sono anche prove alle quali si viene sottoposti, superate le quali l'amore per il proprio impegno lavorativo vince.
Eppoi in un posto di pazzi, nessuno è pazzo!
Buon lavoro a tutti :-)

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